La redazione di THR ha intervistato Eduardo Cocciardo: scrittore, attore e regista.
Come Eduardo
Eduardo, come il Maestro Eduardo De Filippo. Mi perdonerà, ma mi sorge una domanda spontanea: con questo nome ha mai pensato che il suo destino nel teatro e nel cinema fosse già segnato?
Sicuramente il grande Eduardo è stato uno dei miei più grandi punti di riferimento. Lo sarà sempre sia dal punto di vista autoriale che attoriale. Per quanto riguarda il nome, mio nonno si chiamava così. Ad un certo punto, ho capito che quella era la mia strada. Era irta di difficoltà e sacrifici, ma sì, segnata. Era più che da quel nome, segnata da una passione radicata. Questa passione la ereditavo da mio padre. Lui era un amante del teatro e, da giovane, fondatore e regista di una compagnia amatoriale.
Le passioni
Scrittore, regista e attore. Secondo lei, di che pasta è fatta il filo rosso che unisce questi tre mestieri?
Tre ruoli solo apparentemente separati. Tuttavia, sono uniti da un filo rosso secondo me. Questo filo è costituito da un elemento che li sottende: la creazione. Scrivere è creare a distanza, dirigere è creare sul set, recitare è creare nella cornice della finzione. Tre momenti di creazione distanziati solo dalla presenza più o meno forte dell’istinto. La fase della scrittura iniziale può essere narrativa o di un copione cinematografico e teatrale. Questa fase è caratterizzata dal predominio della ragione e della riflessione. La regia si basa sull’istintività che rimescola, smussa, rivede direttamente sul set. Questo avviene nonostante tutto un lavoro di ideazione, pianificazione e preparazione la introduca. Infine, la recitazione è anch’essa introdotta da una fase di preparazione. Poi, dà spazio anche agli impulsi più profondi. In conclusione, dunque, non scindo le tre fasi. È come se la “scrittura” non si interrompesse mai. Prosegue nelle altre due.
La formazione
Ho letto che ha studiato con maestri del calibro di Dario Fo e Lello Arena, in che modo sono stati determinati nel suo percorso di formazione?
Sono stati per certi versi fondamentali. Il primo mi ha avvicinato alla magia delle maschere e della commedia dell’arte. Questo include tutto quel bagaglio espressivo del teatro antico e moderno. Ancora oggi costituisce la base tecnica del lavoro attoriale tout court. Il secondo mi ha avvicinato, quasi come un transfer, al grande Massimo Troisi. Troisi è amato, studiato e forse ancora da scoprire.
Quando penso a Lello Arena inevitabilmente mi viene da pensare a Massimo Troisi. Quanto ha influito e influisce la figura di Massimo Troisi nei suoi progetti e nella sua carriera? Penso al suo libro: “ L’applauso interrotto- poesia e periferia nell’opera di Massimo Troisi” edito da Non solo Parole Edizioni.
Troisi è stato per me inizialmente lo specchio delle incertezze della mia epoca giovanile. Poi è diventato il grande riferimento artistico e di scrittura. In lui ritrovavo un unicum del cinema italiano. Questo, come è trattato analiticamente nel saggio, era una visione periferica e rivoluzionaria. Ribaltava ogni codice e luogo comune. Questo avveniva in vista di una rigenerazione della vita umana nel segno dei sentimenti e delle emozioni pure. Purtroppo, dopo la morte di Troisi, la società e il sistema dello spettacolo non riescono a recepire il suo straordinario messaggio. Questo è molto deludente.
il film: Prima del Giorno dopo
Ad oggi, che cosa direbbe a Massimo Troisi, se fosse ancora fisicamente qui con noi?
Caro Massimo, tu che puoi, facci vedere la verità dietro gli inganni della nostra epoca.

La scelta di ambientare il suo film “Prima del giorno dopo” su un’ isola del Mar Tirreno, riflette l’influenza affettiva che l’isola d’Ischia ha nella sua vita?
Sicuramente il legame con l’isola natale è forte. C’era però la volontà di mostrare un volto nuovo dell’isola d’Ischia. Mai si era visto al cinema un volto così selvaggio e primordiale. Forse doveva essere quello della fase precedente all’urbanizzazione galoppante ed al turismo di massa. Allo stesso tempo, Ischia ha una storia millenaria. È collegata profondamente al mito greco e a tutto un immaginario. Questo immaginario è fondamentale nel film sia da un punto di vista narrativo che stilistico.
Il suo film: prima del giorno dopo è un film in cui coesistono tre generi: horror, commedia e drama, questo fa pensare a una complessità degli archi narrativi dei personaggi? Che lavoro c’è stato in questo senso?
E’ uno stile che sto provando ad affinare nel tempo. Tentare di andare oltre certi limiti narrativi, soprattutto del nostro cinema, spesso sempre troppo uguale a se stesso. Per questo, partendo dai topos di ciascun genere, il lavoro è poi quello di forzarlo. L’obiettivo è aprire nuove porte e nuove angolazioni. È importante far comunicare i generi fra loro, senza barriere.

Il risultato che se ne ottiene è, da un lato, di maggiore avvicinamento alla realtà. Nella realtà tutto è inevitabilmente mescolato. Dall’altro, vi è un’analisi poetica della stessa realtà. Questa realtà comincia ad apparirci spoglia di filtri. È inquadrata da angolazioni che cominciano a disvelarla. Questo svela allo stesso tempo come tutto, nel mondo, è inestricabilmente unito ed in continua comunicazione. È aldilà del bene e del male. È aldilà della visione convenzionale del tempo. Questa visione separa tutto nei compartimenti stagno del passato, del presente e del futuro. È come se le cose non restassero più collegate.
I consigli
Un consiglio che darebbe a un giovane attore? A un giovane scrittore? E a un giovane regista?
Uno solo. Crederci sempre, ma prima valutando dentro di sè se ne vale davvero la pena. Se la risposta è sì, nulla sarà impossibile.
Si è dichiarato innamorato della possibilità di sognare un mondo nuovo attraverso il teatro e il cinema. È così che la magia del teatro e del cinema diventa più reale. È più reale di quanto si creda, a suo avviso?
Assolutamente sì. Proprio Eduardo, De Filippo intendo, seguendo un’idea di Shakespeare, vedeva nel teatro una forma di intervento “politico”. Credeva che il teatro potesse influenzare la realtà. La magia è la veste per guardare attraverso lo specchio. È il grimaldello per scorgere, come diceva Baudelaire, la verità nella foresta di simboli del mondo.
Cosa si augura, per l’ immediato o prossimo futuro?
Per il mondo, qualcosa di più vero e meno tondo, parafrasando Eduardo. Per me, spero di avere la forza. Voglio anche avere la fortuna per proseguire su questa strada. Ora comincerà ad essere ancora più in salita.
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