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1. Sig. Fiumarella, qual è stato il percorso artistico e di formazione che l’ha portata a seguire la passione della recitazione?

Salve, e grazie per questa vostra intervista. Il mio percorso artistico è iniziato molto presto. Ero spinto da una passione autentica per il teatro. Anche il cinema è arte in ogni sua forma. Questa passione mi accompagna sin da bambino. La mia prima esperienza davanti alla macchina da presa risale a quando avevo 5 anni. Ho partecipato a uno spot con Paolo Bonolis dedicato a Brescello.

Gli inizi tra Brescello, Parma e Roma

È il paese in cui ho trascorso 17 anni della mia adolescenza. Questo paese è noto per essere stato il set dei celebri film di Peppone e Don Camillo. In quel contesto, per un intero mese, ho vissuto immerso in un vero e proprio set cinematografico. È stato impossibile non innamorarmi del mondo della recitazione. Durante gli anni delle scuole medie presso i Salesiani di Parma, un professore intuì le mie inclinazioni artistiche. Grazie a lui, ho avuto le prime esperienze teatrali.

Ho proseguito gli studi al liceo classico europeo “Maria Luigia” di Parma. Dopo Parma, ho terminato gli studi liceali a Roma. Prima, mi sono iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza come base per una carriera parallela a quella artistica.

Poi, mi sono iscritto alla Facoltà di Arti e Scienze dello Spettacolo dell’Università La Sapienza. Qui ho potuto approfondire le mie conoscenze teoriche e culturali nel campo cinematografico. Nel frattempo, insieme a un amico regista, ho preso parte come attore protagonista a diversi suoi cortometraggi. Da questa collaborazione è nata una casa di produzione indipendente. In quegli anni, ho avuto l’opportunità di studiare con l’attrice straordinaria Imma Piro. Inoltre, ho partecipato a circa quaranta progetti tra cortometraggi, fiction televisive e produzioni cinematografiche.

Consapevolezze e scelte di vita

Queste esperienze mi hanno dato una profonda comprensione dell’aspetto artistico della recitazione. Ho compreso anche le dinamiche industriali del settore ed ho visto i meccanismi interni, le opportunità, ma anche le contraddizioni. Queste includono il sistema delle raccomandazioni e delle lobby.

Pur avendo lavorato molto come attore, non ho mai sentito il bisogno di ostentare ciò che ho fatto. Mi è sempre piaciuto rimanere con i piedi per terra, mantenendo un profilo basso. Ancora oggi, capita che qualcuno mi scriva dopo avermi visto per caso in una fiction chiedendomi: “Ma dai, eri tu?”, ed è proprio così che ho sempre vissuto la recitazione, con discrezione. A differenza di chi si sente Al Pacino dopo una comparsata. Molti adottano quell’atteggiamento dopo una figurazione speciale.

Io, invece, ho sempre preferito lasciar parlare il lavoro. Ho cercato di essere trasformista. Ho cercato di essere poco riconoscibile da un ruolo all’altro. Non ho mai voluto un nome d’arte e ho sempre portato avanti il mio percorso con autenticità. Nonostante i riconoscimenti e gli incoraggiamenti ricevuti, “sei bravo”, mi dicevano. Non ho mai avuto l’intenzione di proseguire stabilmente su quella strada. Ho sempre saputo che il mio vero obiettivo era un altro.

Volevo costruire una carriera diversa e coerente con il mio stile di vita e le mie convinzioni personali. La recitazione è stata una fase fondamentale del mio percorso: desideravo con tutto me stesso lavorare in progetti televisivi e cinematografici, e una volta realizzato quel sogno, ho deciso di fermarmi. È stata un’esperienza formativa, che oggi continuo a vivere da un’altra prospettiva, dietro le quinte, dedicandomi alla ricerca e alla valorizzazione di nuovi talenti. Oggi lo faccio con passione nel ruolo di talent scout e Direttore Artistico del “Premio Vincenzo Crocitti International – Vince Award”.

2. Da dove è nata la sua profonda missione di promuovere e difendere la meritocrazia nel mondo dello spettacolo?

La mia visione nasce da ciò che ho vissuto in prima persona. È formata da ciò che ho visto con i miei occhi e toccato con mano. In Italia, purtroppo, fare l’artista senza appoggi o raccomandazioni equivale spesso a percorrere una strada disseminata di ostacoli.

Ho conosciuto queste dinamiche e ho scelto, consapevolmente, di non diventarne complice. Dal 2006, parlo apertamente di quello che molti oggi finalmente iniziano a denunciare. È il famigerato “circolo magico”. È il sistema delle segnalazioni e l’accesso selettivo riservato a chi appartiene a determinati ambienti.

Non è una novità, è solo che ora fa comodo ammetterlo. Non so se riuscirò a cambiare le cose ma so con certezza che non resto in silenzio. Infatti attraverso il Premio Vincenzo Crocitti International, da anni do visibilità a quegli artisti che il sistema preferisce ignorare. Alcuni di loro sono oggi volti noti al grande pubblico: una conferma che il talento, se riconosciuto e valorizzato, può emergere. Basta saperlo vedere.

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La meritocrazia, in Italia, resta una parola elegante svuotata di significato. Qui si premia l’appartenenza, non l’eccellenza. E mentre molti preferiscono lamentarsi del sistema in privato, io ci metto la faccia. Tanti attori e attrici non noti non denunciano certe logiche per paura di non lavorare. Ma mi chiedo: paura di cosa, se già non vi chiamano? O vi chiamano solo per ruoli marginali, quasi da comparsa? Poi ci si stupisce se vediamo sempre gli stessi volti in televisione o sul grande schermo. Ma il problema non è la mancanza di talento. È la mancanza di coraggio e di onestà. E ancora di volontà nel rompere certi schemi.

3. Com’è diventare fondatore e direttore artistico del Premio Vincenzo Crocitti?

Diventare Autore, Direttore Artistico e Direttore Generale del Premio Vincenzo Crocitti International – Vince Award è stato, prima di tutto, un atto di coraggio e di profonda tenacia. Quando ho fondato il Premio, avevo appena 28 anni. Pochi credevano che potesse davvero raggiungere una rilevanza nazionale e internazionale.

In molti, infatti, storcevano il naso. Consideravano il nome Vincenzo Crocitti poco “altisonante”. Non era paragonabile – secondo certi criteri – a icone come Alberto Sordi o Vittorio De Sica. Ma io ho voluto fare una scelta controcorrente. Ho deciso di valorizzare una figura insieme al Comitato che da sempre mi affianca. Il pubblico conosceva questo volto, ma non abbastanza il nome. Rischiare è stata una scelta consapevole, perché credevamo nel valore umano e professionale di Crocitti.

E oggi possiamo dire, con orgoglio, che siamo riusciti a trasformare quel rischio in uno dei Premi più ambiti e rispettati in Italia. Senza alcun appoggio politico, senza scorciatoie, solo con le nostre forze, abbiamo costruito qualcosa di autentico. Ho scelto di circondarmi esclusivamente di collaboratori onesti e umili. Sono persone che condividono lo spirito originario del Premio. È lo stesso spirito semplice e genuino che ha sempre contraddistinto Vincenzo Crocitti. È stata una scelta di cuore, ma anche di responsabilità.

Il Premio Vincenzo Crocitti International non è soltanto un riconoscimento artistico: è una dichiarazione d’intenti. È un gesto concreto che contrasta le logiche distorte di questo ambiente. Troppo spesso il merito è oscurato dalla convenienza, dalle segnalazioni e dai legami di potere. Attraverso il Premio ho potuto proseguire anche il mio percorso artistico, pur restando dietro le quinte. Non è stata rinuncia né mancanza di ambizione: al contrario, ho trovato maggiore gratificazione nel valorizzare chi merita davvero.

Nell’attività di direzione ho trovato una forma d’espressione piena, quasi una missione. Una missione che porto avanti con coerenza e determinazione. Lo faccio per onorare la memoria di Vincenzo Crocitti. Era un artista autentico e umano. Il tempo rischiava di cancellarlo troppo in fretta. Se oggi molti lo ricordano, è anche grazie a questo Premio. Ogni anno, il Premio rinnova il suo nome con rispetto e sincerità.

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4. Che legame personale o artistico l’ha spinta a intitolare questo premio proprio a Vincenzo Crocitti?

Vincenzo Crocitti era un amico. Un vero amico. Con lui ho condiviso momenti semplici ma profondi, che hanno lasciato un segno indelebile nel mio percorso umano e artistico. Fu uno dei primi a darmi consigli sinceri su come affrontare questo mestiere con passione. Mi ha insegnato a mantenere sempre i piedi ben piantati a terra. Ricordo ancora con grande affetto il nostro primo incontro a Piazza Mazzini, a Roma, dove ci vedemmo per un aperitivo.

Lo conoscevo come molti per i suoi ruoli televisivi in serie come Carabinieri e Un medico in famiglia. Naturalmente lo conoscevo per quel capolavoro che è Un borghese piccolo piccolo. Quel ruolo gli valse il David di Donatello Speciale nel 1978. Per me, giovane attore poco più che ventenne, lui era una star. E come capita spesso, mi aspettavo il classico atteggiamento distaccato o altezzoso. Invece arrivò con una Porsche malconcia, scese sorridendo e mi venne incontro con la semplicità di un vecchio amico. Ci mettemmo subito a scherzare, a ridere. Aveva un’umiltà disarmante, rara. E stava già male, ma non lo lasciava trasparire: era sempre sorridente, presente, generoso.

Dopo la sua scomparsa, era impossibile per me non pensare a un modo per onorarlo. Intitolargli un Premio è stato un gesto naturale, quasi inevitabile. Non solo perché era un grande attore. Rappresentava quel tipo di artista che oggi andrebbe ricordato più spesso. Era popolare, ma mai populista. Era talentuoso, ma mai arrogante. Ha lavorato con giganti come Alberto Sordi, Lino Banfi e Vittorio Gassman. Eppure è sempre rimasto “uno di noi”. Non si è mai lasciato travolgere dalla vanità del mestiere.

Quando ho immaginato un Premio che potesse valorizzare il talento, certo, ma anche la persona, lui è stato il primo nome che mi è venuto in mente. Il Premio Vincenzo Crocitti International è nato così. È nato da un sentimento di gratitudine e di affetto. È nato dalla volontà di preservare la memoria di un uomo che ha dato molto, senza mai pretendere nulla in cambio.

Purtroppo, come spesso accade, dopo la sua morte in tanti hanno smesso di ricordarlo. Ma io ho scelto consapevolmente di non permettere che ciò accadesse. Questo Premio è anche un atto d’amore. Un gesto sincero per tenere viva la sua figura, non solo come attore, ma come essere umano straordinario.

5. Come è cambiato nel tempo il “Premio Vincenzo Crocitti International – Vince Award”? Quale valore ritiene sia stato il più importante nel selezionare e premiare gli artisti nel corso degli anni?

Il Premio Vincenzo Crocitti International è nato con un intento ben preciso: valorizzare gli artisti emergenti, offrendo loro un riconoscimento che, con ogni probabilità, nessun altro avrebbe dato. L’idea era dare visibilità e dignità a chi aveva talento, ma veniva sistematicamente ignorato da un sistema spesso chiuso e autoreferenziale.

Con il tempo, però, abbiamo sentito l’esigenza di ampliare questa visione. Abbiamo così deciso di aprirci anche agli artisti esordienti, agli artisti in carriera e, infine, ai grandi interpreti alla carriera. È un gesto necessario per evitare di dimenticare tutto ciò che molti di loro hanno dato all’arte, alla cultura e allo spettacolo in Italia. Ma il nostro comitato, da sempre, lo ribadiamo con fermezza, non premia solo il talento professionale: premia anche e soprattutto il valore umano. Cerchiamo persone umili, autentiche, coerenti con lo spirito del Premio e con l’eredità morale lasciata da Vincenzo Crocitti.

Purtroppo, nel tempo, abbiamo dovuto constatare una triste realtà. Non tutti gli artisti premiati si sono dimostrati vicini al nostro modo di pensare. Alcuni, pur avendo talento, hanno mostrato atteggiamenti distanti dal nostro codice etico. Questi atteggiamenti li rendono, umanamente, incompatibili con i valori che il Premio rappresenta. Ovviamente non possediamo una “lampada di cristallo”. Non premiamo raccomandati né volti costruiti a tavolino. Quindi non sempre possiamo conoscere a fondo le persone che onoriamo. Ma quando nel tempo emerge una distanza insanabile dai principi su cui si fonda il Premio, la consideriamo insormontabile. Consideriamo quel riconoscimento come annullato simbolicamente. Chi legge sa a chi mi riferisco: ognuno ha la propria coscienza, e noi la nostra coerenza.

Durante la pandemia, vivevamo uno dei periodi più bui per il mondo dell’arte e dello spettacolo. Ho scelto di non fermare il Premio. Anzi, ho deciso di continuare. Nel 2020 e nel 2021, insieme al comitato, abbiamo premiato oltre 200 artisti a distanza. Abbiamo consegnato attestati con lo stesso valore simbolico e morale delle premiazioni in presenza. Molti di loro stavano perdendo la speranza. Stavano rinunciando al proprio lavoro. Noi abbiamo cercato, con un gesto semplice ma concreto, di ridare motivazione e dignità a quelle storie professionali.

Eppure, anche in quel contesto, alcuni premiati hanno deluso. Invece di mostrare riconoscenza, si sono lamentati dell’assenza della famigerata “coppa”, ignorando del tutto il significato del riconoscimento ricevuto. Non hanno capito di essere entrati nella storia di un Premio riconosciuto a livello internazionale, una sorta di “laurea artistica”. L’obiettivo è restituire valore alla persona prima che al personaggio.

A queste persone oggi non do più alcuna importanza, né alcuna attenzione. Il Premio va avanti, con chi davvero lo comprende e lo rispetta. Sempre.

6. Secondo lei, cosa manca oggi al cinema italiano e a quello internazionale per riuscire a competere e riconquistare un posizionamento di rilievo a livello globale?

“Manca oggi, nel panorama cinematografico italiano, il coraggio di osare, di superare le logiche autoreferenziali del mercato e della visibilità. Si investe con eccessiva prudenza in ciò che appare sicuro. Tuttavia, si trascura ciò che è davvero necessario per una rifondazione culturale del settore. Il cinema dovrebbe tornare ad essere una forma d’arte capace di raccontare storie vere. Dovrebbe commuovere e denunciare. Dovrebbe trasmettere valori profondi e duraturi.

Un tempo, l’Italia era un punto di riferimento assoluto: ha scritto pagine fondamentali nella storia del cinema mondiale. Le nostre opere venivano osservate, studiate e imitate persino da Hollywood. Hollywood guardava al nostro neorealismo, alla nostra audacia narrativa, alla nostra ricchezza stilistica come una fonte d’ispirazione inesauribile. Oggi, al contrario, accade spesso che l’industria americana venga a girare in Italia solo per motivi logistici o economici. Sfrutta il nostro straordinario patrimonio paesaggistico e architettonico. Tuttavia, non vi è un reale riconoscimento o valorizzazione del talento creativo italiano.

Nel frattempo, il nostro sistema sembra incapace di investire in idee nuove. Non riesce ad aprirsi a linguaggi diversi. Non offre opportunità reali al cinema indipendente, agli sceneggiatori emergenti e ai giovani autori. L’attenzione è concentrata su dinamiche di business, marketing e profitto immediato, spesso a discapito della qualità. Il risultato è una proliferazione di prodotti deboli, prevedibili, privi di spessore artistico.

Personalmente, trovo sempre più difficile, anche sulle principali piattaforme streaming, individuare film capaci di attrarmi e di sorprendermi. È raro trovare opere che restano impresse nella memoria come i grandi titoli del neorealismo. Lo stesso vale per i capolavori degli anni ’70, ’80 e ’90: opere dense e potenti, costruite su sceneggiature solidissime, con scelte estetiche radicali e visioni forti. Oggi, purtroppo, questi film straordinari sembrano eccezioni isolate, rarità in un panorama dominato dall’omologazione.

È necessario ridare centralità alle idee. Serve una politica culturale coraggiosa, che scommetta su progetti innovativi, che riconosca e valorizzi le scritture forti e originali. La sceneggiatura, fondamento stesso di un buon film, è oggi una risorsa sempre più rara e trascurata. Eppure è proprio da lì che dovrebbe ripartire il rinnovamento.

Dobbiamo restituire dignità e spazio all’arte del racconto, favorire la visione autoriale e promuovere la pluralità dei linguaggi. Solo così potremo restituire al cinema italiano quel respiro internazionale e quella forza creativa per cui, in passato, è stato grande nel mondo.”

7. Sappiamo che lei è un grande ammiratore dell’attore Leonardo DiCaprio. Oltre a lui, a quali figure o menti si ispira nella sua vita e nel suo lavoro creativo e culturale?

È vero, nutro da sempre una profonda ammirazione per Leonardo DiCaprio. Lo ammiro non solo per il talento straordinario che ha dimostrato nel corso della sua carriera, ma soprattutto per la sua storia personale.

Fin dagli esordi, molti lo hanno etichettato come un semplice “bel volto”. Era visto come un attore destinato a rimanere prigioniero di una certa immagine estetica. Aveva un nome poco spendibile nel panorama hollywoodiano.

Eppure, la sua traiettoria è stata tutt’altro che semplice. Ha dovuto affrontare rifiuti, pregiudizi e momenti difficili. Ha studiato recitazione da autodidatta con tenacia e disciplina. Ciò che ha costruito negli anni è il risultato di un lavoro profondissimo su sé stesso. Ogni sua interpretazione lo dimostra.

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Ogni volta che lo vedo recitare, provo un senso di emozione autentica. La sua capacità camaleontica è straordinaria. La precisione e l’intensità che mostra sono qualità rare. Inoltre, trovo ammirevole il suo impegno costante per le tematiche ambientali. C’è una coerenza tra pensiero e azione che gli fa davvero onore.

Detto ciò, al di là di DiCaprio, ammiro moltissimi attori e attrici, sia italiani che internazionali. Ho un elenco infinito che preferisco custodire, proprio per non fare torto a nessuno. Mi ispiro a chi parte da zero e riesce a costruire qualcosa di autentico e solido. Faccio riferimento a chi rifiuta scorciatoie e rimane fedele alla propria visione. Coloro che non “vendono fumo” e che hanno fatto della coerenza e del rispetto per il proprio percorso la loro cifra stilistica.

Dal punto di vista artistico, non ho mai avuto un modello preciso da seguire. Credo fermamente che ognuno di noi possieda un talento unico e irripetibile. Il vero obiettivo è farlo emergere con autenticità. Copiare non mi ha mai interessato. Al contrario, trovo che l’imitazione sterile sia un gesto povero di contenuto e, in certi casi, persino vigliacco. Ho visto negli anni tentativi maldestri di replicare idee o progetti nati con visione e sacrificio, come ad esempio il “Premio Vincenzo Crocitti International”. Ho condiviso pubblicamente questi e altri format. Ma chi tenta di appropriarsi di ciò che non ha generato non potrà mai eguagliarne l’essenza. La sostanza delle cose autentiche non si improvvisa: si costruisce nel tempo, con sacrificio, passione e profonda consapevolezza.

8. Quale consiglio darebbe a chi è nuovo del settore e vuole approcciare questo mondo?

“Chiunque desideri avvicinarsi al mondo artistico deve, innanzitutto, avere una predisposizione autentica per uno specifico ambito. Non basta la passione: occorre essere realmente portati, e questo presuppone una profonda consapevolezza delle proprie capacità. È fondamentale, soprattutto agli inizi, intraprendere un percorso di studio serio e strutturato. È importante affidarsi a professionisti competenti, evitando chi promette scorciatoie o vende illusioni. Purtroppo, il settore artistico, e in particolare quello dello spettacolo, è pieno di realtà ambigue che alimentano sogni senza offrire strumenti concreti.

Per chi aspira a diventare attore o attrice, il percorso è ancor più delicato. È essenziale agire con cautela, essere lucidi e avere sempre un piano B. Ma questo vale per tutti gli artisti in generale. Come ho spesso ribadito, l’Italia non è un Paese che premia il merito: il talento, da solo, non basta. I percorsi sono spesso compromessi da logiche clientelari, favoritismi e dinamiche opache. Non è raro vedere persone di grande valore artistico che, anche a 50 o 60 anni, non sono mai riuscite a esprimersi professionalmente come avrebbero meritato. Non per mancanza di talento o di volontà, ma per colpa di un sistema che esclude piuttosto che includere. E questa, per me, è una ferita aperta.

Ai giovani consiglio, con grande dispiacere, di cercare opportunità anche all’estero. Lo faccio perché credo fermamente nel potenziale creativo del nostro Paese. All’Italia non mancano i talenti: mancano le occasioni giuste per valorizzarli. Spesso chi arriva al successo lo fa perché inserito in determinati circuiti, perché “spinto” da dinamiche non sempre trasparenti. È un dato di fatto. Ma proprio per questo invito chi vuole fare arte a non perdere tempo prezioso, a non restare in attesa passiva. Parallelamente al sogno, serve concretezza. Serve anche un altro lavoro, un’altra via, che permetta di sostenersi e di vivere con dignità mentre si costruisce, con pazienza e dedizione, un percorso creativo.

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ha abbattuto molte barriere d’accesso. Oggi è possibile auto-valorizzarsi attraverso i social, i contenuti digitali e i canali indipendenti. Non sprecate questi strumenti per fare trash: utilizzateli per creare contenuti di qualità, per mostrare chi siete veramente. Girate video, reel, cortometraggi, parlate di cultura, di arte, di temi che vi rappresentano. Oggi si può fare cinema anche con uno smartphone, sebbene io continui a preferire il linguaggio classico della macchina da presa. L’importante è fare, creare, non restare immobili.

Collaborate, unitevi, condividete idee. Non siate in competizione sterile. L’arte non è una gara, ma un linguaggio collettivo. Solo così possiamo dare vita a qualcosa di duraturo e significativo.”

Ringraziamo di cuore il Sig. Francesco Fiumarella per l’intervista.

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