Santa Lucia, scritto e diretto da Marco Chiappetta e interpretato da Renato Carpentieri e Andrea Renzi nei ruoli principali, è un film prodotto da Teatri Uniti, Riverstudio e Audioimage.
È uno di quei film che ti afferra per il modo in cui ti mette dentro la testa e nel cuore di un uomo che ha perso la vista, il futuro e forse anche il coraggio di guardare indietro. È un’opera prima che chiede allo spettatore di non essere semplice osservatore, ma complice emotivo di un ritorno a casa che assomiglia più a una ferita che a un abbraccio.
Entrare nella pelle di Roberto
Roberto non è solo “uno scrittore cieco che torna a Napoli”. È qualcuno che ha costruito la propria identità lontano dal luogo in cui è nato, trasformando quella distanza in una forma di protezione. Quando il film inizia, quella protezione è finita: la morte della madre lo costringe a rientrare dove tutto è cominciato.
La cecità diventa il simbolo più crudele di questa condizione: è come se la vita gli dicesse “adesso devi fare i conti con quello che non hai voluto vedere per anni, ma senza poterlo guardare davvero”.
Seguire Roberto significa condividere la sua fatica nel distinguere ricordo, sogno e realtà; significa stare accanto a qualcuno che, nel buio, tenta di ricostruire la mappa della propria esistenza pezzo dopo pezzo.
Ed è qui che si innesta anche il significato del titolo Santa Lucia: la santa è la protettrice dei ciechi e della vista, ma nel film non protegge tanto la disabilità del protagonista, quanto la nostra capacità di vedere davvero. Ci invita ad aprire quegli occhi che crediamo di tenere aperti, e a riconoscere ciò che abbiamo scelto di non guardare.
Il fratello come ferita, non come spalla
Lorenzo, il fratello rimasto a Napoli, non è una figura di contorno: è la personificazione di tutto ciò che Roberto ha lasciato, e che lo aspetta con un misto di rancore, ironia e amore non dichiarato. Quando li vediamo insieme, ogni battuta porta sotto pelle anni di silenzi, giudizi, incomprensioni. Non è il classico conflitto “tra chi è partito e chi è rimasto” messo lì per fare dramma: è un nodo emotivo molto riconoscibile per chiunque sappia cosa significa cambiare città, paese, vita, lasciando persone che hanno gestito il peso della quotidianità.
Ti mette nella posizione scomoda di capire entrambi: capisci la fuga di Roberto, la necessità di affermarsi altrove; ma capisci anche Lorenzo, che ha tenuto in piedi il nido, ha pagato il prezzo delle rinunce e ora si sente quasi autorizzato a puntare il dito.
Questa ambivalenza è uno dei punti più vivi del film: non ti dice mai “ha ragione uno”, ti chiede piuttosto “in quale fratello ti riconosci oggi? E in quale ti riconoscerai domani?”.
Napoli come memoria affettiva, non scenografia
La città qui non è un fondale da cartolina.
Napoli appare cupa, quasi deserta, spesso in penombra: non perché “non sia bella”, ma perché stiamo vedendo la città come la sente Roberto, non come la vedrebbe un turista o un drone. È una Napoli di odori, di suoni, di corridoi, di case ferme nel tempo; una città che esiste soprattutto come memoria affettiva, come luogo in cui hai riso, amato, sofferto, e che oggi – tornandoci – ti mostra quanto sei cambiato tu, più che quanto sia cambiata lei.
Il film riesce a rendere molto tangibile quella sensazione di rientrare in una strada, in un palazzo, in una casa che conoscevi da ragazzo: tutto è “uguale” eppure non lo è più, perché la persona che ci entra ora non è la stessa che ci viveva allora.
Questa Napoli poco riconoscibile, quasi astratta, è potentemente umana: è la città che ciascuno di noi porta dentro, al di là del paesaggio.
Il viaggio nella memoria come esperienza condivisa
Il percorso di Roberto non è fatto di “colpi di scena” nel senso classico, ma di piccole rivelazioni emotive: un oggetto ritrovato, una stanza, una voce, una fotografia, un volto.
Ogni frammento attiva un pezzo di passato, e lo spettatore viene invitato a costruire insieme a lui un mosaico che all’inizio sembra incoerente, spezzato, e che pian piano rivela il suo disegno.
È difficile non pensare alle proprie memorie: il film ti porta a chiederti quali siano i “tragici motivi dei tuoi addii”, quali episodi hai volutamente spinto in fondo, sperando che il tempo li cancellasse.
Quando la ragione della fuga di Roberto si definisce meglio, non è un momento di spettacolo, ma di riconoscimento: più che stupirti, ti fa sentire quanto possa essere pesante convivere per anni con una colpa (o con ciò che percepisci come tale).
Una fotografia che ti chiede di restare
Il ritmo del film è lento, e questo non è un difetto tecnico: è una scelta emotiva.
La lentezza ti costringe a restare nello spazio, nello sguardo, nel silenzio tra una battuta e l’altra. Ti impedisce di consumare la storia come un evento da timeline e ti invita a “stare” con Roberto e Lorenzo nel loro disagio, senza fuga possibile.
Anche la fotografia fa la sua parte: il modo in cui la regia sceglie di raccontare e seguire i personaggi passa attraverso l’uso della macchina da presa, che non cerca di seguirli con un’unica inquadratura continua, ma con una serie di inquadrature specifiche. Questo permette di dare spazio agli attori, lasciando loro margine per sperimentare e abitare il quadro, sostenuti da un tono visivo preciso.
Per qualcuno può essere spiazzante: non c’è la comfort zone del montaggio frenetico, né l’ancora di una trama che corre. Ma per chi accetta quella sospensione, l’esperienza diventa molto forte: il film ti dà il tempo di sentire davvero il peso dei luoghi, delle parole non dette, dei gesti minimi.
È come stare accanto a due persone che finalmente hanno iniziato a parlarne, e tu decidi di non alzarti da quel tavolo finché non hanno finito.
Perché, da filmmaker, vale la pena guardarlo così
Santa Lucia è interessante perché mette al centro la condizione umana del suo protagonista e usa gli strumenti del cinema per metterti dentro quella condizione.
Non ti chiede di giudicare Roberto o Lorenzo, ti chiede di capirli; non ti porta a “vedere Napoli”, ti porta a sentire cosa significhi tornarci quando non sei più la persona che se n’è andata.
Un film che parla a chi ha vissuto il distacco, l’emigrazione, le famiglie irrisolte; e, soprattutto, a chi sa cosa vuol dire fare i conti con qualcosa solo quando ormai non hai più tutte le risorse – né tutti i sensi – per affrontarlo.
In questo senso, la sua forza più grande è la capacità di rendere umano, universale e condivisibile un tipo di dolore molto specifico: quello di chi torna, tardi, e deve imparare a vedere di nuovo proprio quando gli occhi non servono più, e l’unica cosa davvero nitida è la memoria.
Hidden Fire Stars: 9/10
Santa Lucia è ora disponibile su Prime Video.
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