Emanuele-D-errico

La redazione di The Hidden Review ha avuto il piacere di intervistare Emanuele D’errico, nonché attore, regista e co-fondatore della Putéca Celidònia.

Qual è stato il momento più significativo della tua formazione presso la Scuola del Teatro Stabile di Napoli e come ha influenzato il tuo percorso successivo?

<<La scuola del Teatro Stabile di Napoli per me è una parte fondamentale del mio percorso perché è stato il momento in cui ho incominciato a capire che avrei potuto fare questo lavoro.>>

formazione

<<Inoltre, durante il percorso di formazione ho avuto l’opportunità di fare delle produzioni importanti con registi che mi hanno insegnato tanto, tra cui Benedetto Sicca, Arturo Cirillo, Bob Wilson, Alfonso Postiglione. Inoltre è stata anche la scuola dove ho incontrato alcuni colleghi e alcune colleghe con cui lavoro ancora oggi e con cui ho fondato una compagnia che è Putéca Celidònia.

La scuola è stata quel luogo dove potevo praticare il mestiere tutti i giorni, mettermi in discussione, vedere lavorare i tuoi colleghi e incontrare tanti maestri che mi hanno insegnato tanto. Ma è stato anche il luogo dove ho sviluppato un senso critico e ho imparato a capire cosa mi interessava e cosa no, quindi, oltre ad essere cresciuto come attore, ho posto le basi di ciò che sarei voluto essere come artista.>>

Quali sono state le esperienze artistiche che ti hanno maggiormente segnato come attore, drammaturgo e regista?

<<Mi risulta difficile legare queste tre professioni in un unico discorso. In generale, sicuramente la compagnia è stata per me il luogo nel quale maggiormente ho potuto sperimentare, sbagliare, scoprire. Prima dell’accademia ho fatto un laboratorio teatrale che si chiamava Asylym Anteatro ai Vergini (diretto da Ettore Nigro, Massimo Maraviglia e Caterina Leone) che mi ha iniziato al teatro.

Lì ho avuto modo di capire che il teatro per me ha bisogno di fondarsi su un discorso di comunità. Ed è la comunità che ho scelto in questi anni con tutti i collaboratori che ho incontrato che mi hanno messo in crisi e mi hanno spinto ad alzare sempre di più l’asticella.>>

la professione

<<Un incontro importante nel mio percorso è stato quello con Benedetto Sicca, con il quale, oltre ad aver fatto diversi spettacoli da scritturato, mi sono ritrovato anche a scrivere diversi testi a quattro mani e anche a lavorare con lui come assistente alla regia. Lui mi ha insegnato tanto sul modo di gestire il lavoro e sulla disciplina con cui questo lavoro si fa. Per il resto, ogni persona che ho incontrato nel mio percorso ha contribuito alla mia crescita personale come artista e come uomo di teatro.>>

Come hai affrontato la transizione tra il mondo accademico e il palcoscenico professionistico?

<<Come già accennato nella prima domanda, ho avuto la fortuna di lavorare come scritturato già durante il percorso accademico, quindi la transizione è stata una dissolvenza incrociata. Il fatto poi di aver fondato una compagnia immediatamente dopo essermi diplomato non mi ha fatto vivere un momento di vuoto e l’idea di essere in un gruppo mi ha aiutato a non sentirmi solo nel faticoso deserto del professionismo.

Potremmo dire che non sono mai stato con le mani in mano; non ho mai aspettato che qualcuno mi chiamasse o mi proponesse un lavoro. Ho cominciato da subito a costruirmi da solo (insieme alla compagnia) delle progettualità che mi hanno dato lavoro.

Inoltre, il mio lavoro con la compagnia si è fondato non solo sul fare spettacoli, ma abbiamo costruito un collettivo che ha da subito lavorato a 360° nel mondo della cultura, attraverso laboratori, eventi site specific, lavoro sul territorio e tante altre attività.>>

Fonti di ispirazione

Quali sono le tue fonti di ispirazione per la scrittura teatrale e per la regia?

<<Vado moltissimo a teatro. In media 3-4 volte alla settimana. Mi piace osservare il lavoro degli altri, studiare e analizzare ciò che mi ha colpito e ciò che non mi è piaciuto. Non ho una specifica fonte di ispirazione se non la vita, il mondo, le persone che conosco e quelle che non conosco, stare in ascolto su ciò che mi circonda, rubare attimi della quotidianità, osservare gli atteggiamenti degli altri. Mi interrogo tutti i giorni su cosa abbia senso raccontare e in che modo. Non ho una risposta in merito.

Ci sono in giro però tanti artisti che seguo con passione e che riescono con le proprie opere a scuotermi, a mettermi in crisi, a mostrarmi punti di vista nuovi. Cerco questo dal teatro.>>

Che ruolo ha avuto Napoli e il Rione Sanità nella tua crescita artistica e umana? 

<<Il Rione Sanità è stato il quartiere che mi ha adottato. Lì è cominciata l’attività con la mia compagnia dove abbiamo preso in gestione due beni confiscati alla camorra. È un quartiere ricchissimo sotto tutti i punti di vista e c’è una ricchezza umana infinita. Ogni angolo, ogni pietra, ogni vicolo emanano spunti di riflessione, punti di domanda, visioni nuove e inaspettate.

È un quartiere difficile, pieno di bellezze ma anche pieno di violenza. Manca molto la presenza di istituzioni che possano far fiorire ciò che di bello già c’è. È un quartiere che negli ultimi anni sta lavorando tanto per potersi emancipare, ma non è facile. La chiusura del Teatro Sanità è un accadimento grave.

Anche noi con l’associazione siamo rimasti fuori dagli spazi per quasi due anni. Le associazioni e le iniziative sono tante, ma se l’Istituzione non se ne occupa, sono tutte destinate a morire. Napoli è la mia città, sono nato qui. Ma mi sento un napoletano anomalo, ho da sempre un rapporto di amore e odio con questa città nonostante abbia dedicato tutto il mio lavoro degli ultimi anni in questa terra.

È una città che ti dà tanto ma che ti toglie anche tanto. Credo che qui si fatica molto di più che in altri luoghi a fare cose e bisogna fare attenzione perché la voglia di andare via è tanta quando i risultati di un certo tipo di lavoro non trovano una risposta concreta da parte di chi dovrebbe cercare di dare valore a quel lavoro.>>

Putéca Celidònia

Com’è nata l’idea di fondare Putéca Celidònia e qual è la sua missione sociale e culturale?

<<Putéca Celidònia nasce nel 2018 dall’incontro di sei ex allievi della scuola del Teatro Stabile di Napoli. Ci siamo messi insieme con la voglia di fare teatro, ma anche di farlo in un certo modo, con il sogno di costruire una comunità.

Non potevamo immaginare che sarebbe diventato quello che è diventato quando abbiamo cominciato. Oggi Putéca ha diverse vesti e molte funzioni, ed è questa la sua grande forza. Ci occupiamo di formazione in diversi contesti di fragilità e di disagio sociale, tra cui anche il Carcere Minorile di Nisida, si occupa di eventi culturali e progetti speciali nei territori e nelle scuole e si occupa di fare spettacoli che girano in tutto il territorio nazionale. >>

In che modo la compagnia utilizza il teatro come strumento di riqualificazione urbana e sociale nel Rione Sanità?

<<La riqualificazione urbana e sociale non è un obiettivo, ma è una risultante. In collaborazione con l’associazione Vicolo della Cultura abbiamo realizzato opere di street art, librerie a cielo aperto, QR code con le storie del quartiere, ospitato diversi artisti, cantanti e gare di poesia dai balconi delle case delle persone.

In tutto questo c’è il teatro perché noi veniamo da lì e quella è la matrice che spinge la nostra attività. Il teatro è un strumento che può prendere forme diverse e si può declinare in mille sfumature. Il teatro si è plasmato sulla forma del vicolo che ci ospita.>>

Quali sono i progetti più rappresentativi che Putéca Celidònia ha realizzato con i bambini e le comunità locali?

<<Il progetto più significativo e che sento racchiuda maggiormente il lavoro svolto in questi anni nel Rione Sanità di Napoli si chiama ‘A voce d’’o vico ed è un evento/spettacolo di teatro e musica dai balconi delle case delle persone. È un progetto identitario che anno dopo anno ha avuto diverse evoluzioni fino all’ultima versione di quest’anno che si chiama “Lo show delle macerie”.

È un progetto che vede protagonisti i bambini dei corsi di teatro che teniamo durante l’anno, che recitano al fianco di attori e attrici professionisti della compagnia e anche esterni. Io sono l’autore e il regista ed ogni edizione è stata tanto faticosa quanto emozionante. È un evento che vede coinvolte un centinaio di persone tra attori, tecnici, scenografi, musicisti, costumisti. Partecipano gli abitanti del quartiere in diverse forme, oltre che quelle attoriali, contribuiscono ognuno come può, dalla realizzazione dei costumi di scena, alle questioni tecniche.

Un evento che abbraccia il quartiere, una vera festa del teatro che si riappropria della propria funzione sociale e comunitaria.  Un altro evento a cui sono molto legato è “Le voci di dentro”, una serie di podcast in collaborazione con Rai Radio 3 e realizzata con il Teatro di Napoli e la Fondazione Eduardo De Filippo, che ho scritto insieme ai detenuti del Carcere di Nisida, che poi l’hanno anche interpretata insieme ad attori e attrici professionisti. Questo progetto ci ha portati anche al Quirinale perché abbiamo avuto l’onore di presentarlo al Presidente Mattarella. È tuttora ascoltabile su RaiPlay Sound.>>

il sociale

Come si è sviluppata la collaborazione con i beni confiscati alla camorra e qual è l’impatto culturale di questa scelta?

<<La collaborazione dei beni confiscati è nata grazie a Davide D’Errico, che è anche mio fratello. Lui aveva preso in gestione due beni confiscati alla camorra nel Rione Sanità con la sua associazione che si chiamava Opportunity e ci chiese di guidare la direzione artistica di quegli spazi e di tenere corsi di teatro per i bambini. Così è cominciata la storia che poi si è sviluppata sempre di più fino a realizzare molti dei progetti di cui vi ho già parlato.

L’impatto è stato molto forte. Il quartiere ha risposto benissimo e molte persone sono fiere di abitare in quel vicolo da quando c’è stato questo lavoro culturale. Molti ci raccontano che prima evitavano di passare di lì perché avevano paura e che invece oggi ci passano volentieri. Addirittura abbiamo saputo che è aumentato il mercato immobiliare per gli appartamenti siti nel Vicolo della Cultura. Certo, non è sempre facile e c’è chi non vede con favore la nostra attività, ma questo dà ancora più senso alla nostra presenza lì.>>

introspezione

Guardando al passato, cosa consiglieresti al tuo young self riguardo al percorso che stai facendo?

<<Forse ci sarebbero più cose che chiederei io a lui oggi, accetterei volentieri qualche suo consiglio oggi perché l’incoscienza e la fame ti spingono a fare cose che quando cresci sei più timoroso a fare. Sono contento di ciò che ho costruito e non cambierei niente, neanche gli errori. Oggi sono una persona e un artista diverso. Non so se sia meglio o peggio, ma sicuramente diverso. Oggi sono pronto a cambiare: è il tempo di guardare un po’ più lontano rispetto a dove ho guardato fino ad oggi.>>

Ringraziamo Emanuele D’errico per questa bellissima intervista, augurandogli buon lavoro per i progetti futuri.

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