Emanuele-Lanza

Ciao Emanuele Lanza, come stai? Sappiamo che sei sceneggiatore e regista…per compiere questi ruoli, quale formazione hai seguito? E cosa ti ha fatto scoprire? 

Come prima cosa, volevo ringraziare tutta la redazione per avermi chiesto quest’intervista e soprattutto per aver pensato a me. Per quanto riguarda il come sto: sto bene, stanco ma felice, perché per me la stanchezza è quasi sempre il segno che qualcosa l’ho costruita.

L’11 settembre è uscito nelle sale Fin qui tutto bene?, un film di cui sono Co-sceneggiatore, prodotto da Mechanismo che è nel frattempo disponibile su Prime Video. È ispirato a una storia vera accaduta durante il periodo del Covid, ma non vi spoilero nulla. Adesso sono in finitura d’arrivo con il mio primo film da regista, prodotto da Green Film, dal titolo L’arte dei vinti!. Questo è come un figlio: so che lo dicono tutti, ma poi è la più pura delle verità.

Quando dai anima e corpo per un progetto e questo ti fa sudare, ridere, arrabbiare, amare, arrossire e, alle volte, anche piangere, non puoi far altro che trattarlo come un figlio. Per il momento non posso ancora dire nulla, ma sicuramente, appena ci sarà l’ok, magari verrò a farmi un’altra chiacchiera e parleremo del primogenito. Sono uno sceneggiatore e regista, ma prima ancora sono uno che ha imparato osservando. Vengo dallo scoutismo, che mi ha insegnato a lavorare in squadra, a prendermi responsabilità e a guardare le persone prima dei ruoli: questa, per me, è già una scuola di regia.

La mia formazione parte dal teatro, in realtà, dalle tavole che calpestavo come attore. Questo mi ha permesso di percepire dall’interno le emozioni che oggi chiedo ai personaggi che scrivo e agli attori e alle attrici che dirigo. Ho studiato all’A.I.T. – Accademia Internazionale di Teatro, a Roma, dove ho vissuto per cinque anni. Nell’ultimo anno c’erano degli esami di regia teatrale e, durante quel periodo, ho cominciato a capire che mentre dirigevo provavo una sensazione strana, molto elettrizzante.

Poi mi sono formato sul campo: set, produzioni indipendenti, corti, videoclip, corsi e workshop di regia e sceneggiatura. Ho studiato molto da autodidatta, guardando film e leggendo testi di cinema, cercando di capire come funzionavano le cose, non solo “se mi piacevano”.

Questo percorso mi ha fatto scoprire che il cinema, per me, è un modo di rendere visibile il grottesco della vita: le sue contraddizioni, le sue cadute, i momenti in cui ridi e ti accorgi che stai ridendo di qualcosa di tragico. Ma soprattutto mi ha fatto vedere che forse le cose vanno in un certo modo perché siamo noi a indirizzarle.

Ho fatto un lavoro di decostruzione e oggi cerco di dirigere facendomi invadere da un mash-up di emozioni che si creano dalla mescolanza della condivisione tra attori e regista.

Emanuele Lanza, vi sono altri ruoli che puoi compiere?

Oltre a sceneggiatore e regista, mi capita di seguire la parte di produzione creativa, nei progetti indipendenti e non: mi occupo di creare la troupe scegliendo le maestranze, costruisco il set e coordino i reparti.

Sono abituato a “fare un po’ di tutto”: dallo scrivere il progetto al parlare con i partner, fino a lavorare sul montaggio insieme agli editor. In generale mi vedo come qualcuno che tiene insieme il quadro: non mi interessa il ruolo “glamour”, mi interessa che il film esista.

Da quest’anno ho scoperto un nuovo mondo, che non è quello del Sottosopra, o meglio: in qualche modo tutto il nostro lavoro vive nel Sottosopra. Ho iniziato a prendere parte a progetti trasmessi in tv, nella troupe della regia televisiva della Blur Videoproduzioni, come il Premio Tenco all’Ariston, il CousCousFest. Ho scoperto un nuovo mondo: quello della televisione. Per certi aspetti mi riporta un po’ al teatro. Nel cinema hai la possibilità di ripetere e ripetere una scena fino a quando i pianeti non coincidono, anche se non sempre questo accade, perché per ripetere servono tempo e denaro, e sappiamo bene in che momento vive il cinema oggi.

La televisione, invece, mi riporta al teatro perché nelle dirette non hai la possibilità di ripetere: non ci sono scene, ma un flusso, una puntata, un programma. C’è il “merda, merda, merda”, l’attenzione a dare uno sguardo a tutte le camere e soprattutto a coordinare tutti gli operatori.

Ma, per tornare alla domanda, quando mi si chiede che ruolo ricopro – attore, doppiatore, regista, sceneggiatore – io rispondo sempre: “Io mi esprimo”, rubando questa risposta a Lina Sastri. Quando le chiesero: “Attrice, ballerina, cantante, cinema e teatro: Lina Sastri chi è?”, lei rispose semplicemente: “Io mi esprimo”.

Hai fatto cortometraggi, commercials, videoclip, televisione e dei lungometraggi, ma sappiamo che essendo un medium diverso…Come cambia il tuo approccio creativo passando da format brevi a progetti lunghi?

Ho fatto lungometraggi, corti, commercials, videoclip e televisione. Ogni formato ti chiede una disciplina diversa. Nei lavori brevi l’idea è un pugno nello stomaco: hai pochi minuti, devi essere preciso, quasi chirurgico. Nel lungo, invece, mi interessa il respiro: puoi accompagnare i personaggi, farli sbagliare, cambiare, annoiarsi perfino.

Il mio approccio creativo cambia soprattutto nel tempo di scrittura: sui corti parto da un’immagine forte; sui lunghi parto da una domanda esistenziale, qualcosa che mi ossessiona. In entrambi i casi cerco sempre una verità sporca, imperfetta: mi piace quando il film respira come un essere umano, non come un prodotto perfetto da vetrina.

Che rapporto hai con il teatro?

Il teatro per me è una casa che non abito tutti i giorni, ma di cui tengo le chiavi in tasca. Mi interessa tantissimo il lavoro sull’attore: la presenza, il corpo, il ritmo della parola. Quando dirigo, cerco spesso l’essenza del personaggio. Il teatro ti obbliga a togliere tutto il superfluo: niente montaggio, niente stacchi, solo persone in uno spazio. Questa cosa mi influenza molto perché mi ricorda che, anche al cinema, senza gli esseri umani al centro non c’è storia che tenga. Per rispondere in modo secco alla tua domanda, però, ti dico che quando voglio stare bene vado a teatro.

Quali direzioni artistiche ti interessano oggi nel cinema italiano e internazionale? Cosa funziona e cosa manca?”

Nel cinema italiano mi piacciono le opere che rischiano, che mischiano i generi, che non hanno paura del brutto e del comico dentro il dramma. Quando si esce dallo schema “commedia rassicurante vs film d’autore intoccabile”, secondo me succedono le cose più interessanti. A livello internazionale mi affascinano i registi che hanno un immaginario forte ma parlano di cose molto concrete.

Non riesco mai a fare nomi di registe o registi che mi piacciono, né tantomeno di quelli che non mi piacciono. Quello che sento mancare? Le opportunità. In questo momento mancano le opportunità di fare cinema: ci sono pochi fondi a disposizione, dovremmo sfornare molti più film, dovremmo agire di più. Diciamo che coloro che tessono i fili dovrebbero permetterci di fare cinema, più che giudicarlo. Siamo pieni di storie, sporche e non, grottesche, a volte pure ridicole: a me interessa raccontare proprio quell’incrocio lì, la verità.

Come in ogni figura nel cinema c’è sempre stato un lavoro di qualcuno che ha ispirato un regista o uno sceneggiatore, e la sua idea di fare cinema…il tuo qual è? E perché?

Come tutti, sono figlio di tanti sguardi: ho registi che amo e sceneggiatori che mi hanno fatto venire voglia di scrivere, ma più che i nomi mi hanno segnato gli incontri.

Mi hanno ispirato i maestri incontrati sui set, le persone che mi hanno dato fiducia quando non avevo curriculum, gli artisti che lavorano con poco ma ci mettono l’anima. La mia idea di fare cinema è semplice e complicata insieme: raccontare persone normali messe in situazioni estreme, dove il confine tra tragedia e comicità è sottilissimo. Mi interessa il perdente, il “vinto”, quello che la società mette in fondo alla fila. Voglio che lo spettatore rida e, subito dopo, si chieda: “Ma io, al posto suo, che avrei fatto?”.

Ci sono delle figure con le quali vorresti lavorare?

Ci sono tante figure con cui mi piacerebbe lavorare: attori e attrici che abbiano voglia di sporcarsi, di rischiare fisicamente ed emotivamente, autori che non hanno paura di mettere in discussione le proprie idee.

Mi piacerebbe collaborare con direttori della fotografia che abbiano uno sguardo personale ma sappiano anche adattarsi al tono del racconto, e con produttori coraggiosi, disposti a credere in storie non facili.

In generale sogno di lavorare con persone curiose, che non si prendono troppo sul serio ma prendono terribilmente sul serio il lavoro.

Ad oggi, essendo nella generazione dei social media, tu cosa pensi che i social media possono fare nel cinema? Qual è il loro ruolo?

I social media sono un’arma a doppio taglio. Da un lato hanno democratizzato la visibilità: oggi un corto, un videoclip o un progetto indipendente possono trovare un pubblico senza passare per forza dai canali tradizionali.

Dall’altro rischiano di schiacciare tutto sul “contenuto veloce”: l’algoritmo vuole attenzione immediata, mentre il cinema chiede tempo, attesa e silenzi. Io li vedo come uno strumento di racconto del processo: puoi far vedere come nasce un film, chi ci lavora dietro, far parlare i tecnici, gli attori, gli autori. Ho creato un podcast, si chiama NTDC Podcast (Nei Titoli Di Coda), proprio perché credo sia importante dare voce a tutte quelle figure che lavorano nell’ombra.

Tutti quei “non protagonisti” senza i quali un progetto non potrebbe realizzarsi. Qui i social possono aiutare: possono far scoprire al pubblico ogni figura, ogni ruolo e di cosa si occupa. Possono creare comunità intorno a un progetto. L’importante è non farsi dettare i film dall’algoritmo. I social devono servire al cinema, non il contrario.

Se tu avessi un aspirante regista, sceneggiatore davanti a te…cosa gli consiglieresti ad oggi?

Gli direi quello che mi dico sempre io. Prima di tutto: guardare tanto. Non solo film, ma persone, strade, autobus, discussioni al bar. Se non vivi, non scrivi. Poi gli direi di iniziare con quello che ha: un telefono, pochi amici, zero soldi ma tanta ostinazione. I primi lavori non devono essere perfetti, devono esistere.

Di studiare, sì, ma di non aspettare di “sentirsi pronti”: non lo saremo mai. E di cercarci una tribù, perché da soli si resiste poco. Il cinema è un lavoro di gruppo, anche quando sembra il film di un solo nome. Infine, di ricordarci perché abbiamo iniziato: nei momenti in cui va tutto storto, metterci in vasca con l’acqua, metterci una benda e cercare nei ricordi quel “perché”. È l’unica cosa che ci fa restare. Ho da poco finito di vedere Stranger Things, credo si sia capito.

Guardando al passato, cosa consiglieresti al tuo young self riguardo al percorso che stai facendo?

Al mio me ventenne direi: “Stai tranquillo, ci metterai più tempo di quello che pensi, ma va bene così”. Gli direi di sbagliare prima e senza paura, di non vergognarsi dei progetti che non partono e dei no: fanno parte del mestiere.

Gli direi anche di fidarsi un po’ di più di sé stesso e un po’ meno dell’idea che ci sia un solo modo “giusto” di realizzarsi. Le strade sono tante, alcune te le devi inventare tu. E gli ricorderei una cosa che a volte dimentico ancora oggi: alla fine fai cinema, fai televisione, perché ami le persone. Se ti scordi questo, il resto non ha senso.

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